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Notizie logistiche per i
partecipanti all'assemblea di Napoli
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Università di Napoli Federico II
Facoltà di Lettere e Filosofia
Via Porta di Massa, 1
– 80133 Napoli
Come si arriva
dalla Stazione Centrale
A piedi. Superata Piazza Garibaldi, percorrere quasi per intero
Corso Umberto I sul marciapiedi di sinistra fino alla statua di
Ruggero Bonghi nell’omonima piazzetta. La
Facoltà è l’edificio bianco nella traversa a sinistra
(Via Porta di Massa). Tempo di percorrenza: 15-20 minuti.
In autobus. Arrivati alla Stazione Centrale di Napoli (Piazza Garibaldi),
recarsi allo stazionamento degli autobus ANM, utilizzare la linea
urbana 152 e proseguire fino all’ultima fermata di Via Marina; in
alternativa recarsi alla fermata ANM di Corso Garibaldi (di fronte
alla stazione della Circumvesuviana) ed utilizzare la linea urbana
1; proseguire fino all’ultima fermata di Via Marina: la sede di
Via Porta di Massa si trova a pochi metri dall’attraversamento pedonale.
È possibile, inoltre, raggiungere Via Porta di Massa percorrendo
il Corso Umberto I mediante le linee R2 e 202 dalla fermata di Piazza
Garibaldi (direzione Corso Umberto I): in tal caso proseguire fino
all’ultima fermata di Corso Umberto I e procedere in senso inverso
per 150 m fino all’incrocio con
Via Porta di Massa.
In taxi. Il posteggio è all’uscita della Stazione; è tuttavia preferibile
fermare un taxi di passaggio non appena superata la Piazza.
Come si arriva dall’Aeroporto
di Capodichino
Servirsi della Linea Alibus; proseguire fino a Piazza Garibaldi
(Stazione Ferroviaria Centrale) e seguire le indicazioni proposte
nella sezione precedente “Come si arriva dalla Stazione Centrale”.
La tariffa di un taxi dall’aeroporto si aggira intorno ai 20 euro.
È assolutamente
sconsigliato arrivare in auto.
L’Aula Magna Piovani è nella
loggia dell’edificio, al 3° livello (ascensore della scala C).
Notizie storiche sull'edificio
e sulla Facoltà
(dal sito della Facoltà di Lettere e Filosofia
dell'Università di Napoli "Federico II")

L’attuale
sede della Facoltà di Lettere e Filosofia è il complesso di S. Pietro Martire, adiacente alla
Cappella Universitaria. Nell’immagine
a destra uno scorcio del portico adiacente al chiostro centrale.
STORIA DELL’EDIFICIO

Il
complesso di S. Pietro
Martire, attuale sede della Facoltà di Lettere e
Filosofia, comprende il vasto monastero, con il grande chiostro,
e la chiesa omonima, ad esso adiacente, un tempo riservata al duplice
ufficio conventuale e pubblico, oggi utilizzata come Cappella
Universitaria ed affidata ai Domenicani, già destinatari
degli edifici religiosi sin dalla loro fondazione.
Il monastero non è pervenuto a noi nelle forme originarie, perché
le sue strutture subirono notevoli trasformazioni durante i lavori
di adattamento a Manifattura dei Tabacchi, avviati
nel decennio francese e poi proseguiti nell’Ottocento, per opera
soprattutto dell’arch. Errico Alvino.
LA FONDAZIONE
DEL COMPLESSO DI S. PIETRO MARTIRE
Il convento fu fondato nel 1294
da Carlo II d’Angiò,
in un’area da poco tempo conquistata al mare a causa del progressivo
accrescimento del fondale marino per accumuli di materiali provenienti
dal deflusso delle acque piovane, attraverso via Mezzocannone (antica
via di scolo di età Greco-Romana); la regione era denominata Calcarea per la presenza dei forni per la calce, condotta
via mare sottoforma di marne.
Carlo II, alla cui intensa edificazione si deve il volto angioino
della città, predilesse quel luogo perché ricadeva interamente nella
regia giurisdizione e l’ordine monastico dei Domenicani perché maggiormente
devoto alla dinastia.
La fondazione avvenne il 29
aprile 1294 con l’intervento del Re, dell’Arcivescovo
di Napoli Filippo Minutolo e con “gran concorso di popolo”. I lavori
della chiesa, tuttavia, furono appena avviati poiché si continuò
prevalentemente ad operare nella fabbrica del convento, con costante
presenza dello stesso Carlo II.
LA RESIDENZA
MONASTICA E IL CHIOSTRO
In origine la residenza monastica fu limitata esclusivamente ad
un’ala dell’edificio su vico Scoppettieri fino al 1570 quando fu
commissionata la realizzazione di un chiostro centrale a Giovan
Francesco Di Palma, esponente del linguaggio architettonico
rinascimentale sulla scia dell’influenza di Filippo Brunelleschi
e di Francesco di Giorgio Martini.
Il chiostro si articolava su un impianto quadrato con sette arcate
per lato, su pilastri ed archi in piperno di ordine dorico con specchiature
a bugna, il cui deambulatorio era coperto da volte a vela che sostenevano
un ambulacro perimetrale al servizio delle celle monarchiche disposte
in giro su di un doppio livello. L’ambulacro era a sua volta coperto
da un secondo ordine di pilastri ed archi come una loggia continua.
Tale struttura sosteneva, poi, una terrazza sulla quale si affacciava
uno stretto corpo perimetrale: quest’ultimo non è più riconoscibile
perché trasformato durante i lavori di risistemazione ottocenteschi.
Il Di Palma realizzò, dunque, un organismo piuttosto vasto su tre
livelli con doppio accesso dalla strada e una comunicazione interna
con la chiesa.
Negli stessi anni fu edificato anche un grande refettorio ubicato
di fianco alla chiesa e disegnato da una grande struttura elementare
coperta da una volta a botte lunettata, contraffortata da piloni
esterni nelle parti murarie libere ed illuminata da grandi finestroni.
Non conosciamo la configurazione originaria dell’invaso del chiostro
e se avesse al suo interno uno spazio verde: certamente esso ebbe
una fontana, che utilizzava le acque risorgive scoperte nel 1428.
La vita nel monastero trascorreva serena perché, sin dalla sua fondazione,
i monaci erano riusciti a stabilire buoni rapporti sia con le dinastie
regnanti sia con le popolazioni dei dintorni.
Durante la prima metà del Seicento il chiostro del convento divenne
il punto di incontro dei nobili membri di un’accademia omonima e,
dopo la peste del 1656, alla quale neanche i domenicani sfuggirono,
riprese la sua fama di luogo accogliente, centro di ritrovo per prelati, magistrati ed artisti, che, durante
le feste, mettevano in scena delle commedie.
I LAVORI DI TRASFORMAZIONE E DI RESTAURO

I LAVORI DI TRASFORMAZIONE IN MANIFATTURA DEI TABACCHI
La trasformazione del convento domenicano in Manifattura dei Tabacchi avvenne nel periodo immediatamente
successivo alla soppressione degli ordini religiosi, il 12 gennaio 1808, da parte di Giuseppe
Bonaparte. Anche con la restaurazione borbonica la nuova destinazione
d’uso fu confermata, pur concedendo ai frati domenicani l’uso dei
locali prospicienti “il chiostro dell’acqua”. Tuttavia, la trasformazione
più notevole avvenne tra il 1842
ed il 1848
quando i lavori furono affidati ad Errico
Alvino, il cui progetto interessò organicamente
tutto l’impianto conventuale. In tale occasione vennero rese cieche
tutte le arcate, fu realizzato un soppalco per sfruttare al meglio
le altezze, venne contratta la pianta dell’intero invaso, con la
costruzione di un corpo di fabbrica aggiunto che ridusse il chiostro
alle dimensioni di un cortile. La struttura venne sopraelevata e
portata a filo con le arcate della loggia del primo ordine.
L’insieme, pur nello stravolgimento che venne operato a carico delle
antiche strutture e degli antichi spazi, garantiva in maniera egregia
le nuove esigenze di uso industriale cui venne destinato. I nuovi
solai rispondevano a quanto di più moderno al tecnologia del ferro
potesse proporre.
La fabbrica fu colpita da un grave incendio che la danneggiò pesantemente
dal 30 novembre al 7 dicembre 1880; dai disegni che riproducono
il complesso in quegli anni si evince la scomparsa del chiostro
e l’assenza dell’ampio ingresso su via Porta di Massa: ingresso
che si deve ai lavori di Errico Alvino e che venne collocato al
centro della facciata di fronte a via Lanzieri in allineamento con
il grande refettorio interno.
I LAVORI DI RESTAURO PER LA
NUOVA SEDE DELLA FACOLTÀ DI LETTERE E FILOSOFIA
La Manifattura
dei Tabacchi durò fino al 1943
quando i bombardamenti della Seconda Guerra danneggiarono la chiesa
e colpirono gravemente l’ex convento che rimase in abbandono fino
a quando, per iniziativa del rettore Giuseppe Tesauro, con atto del 13 luglio 1961, venne acquisito dall’Università
e destinato alla Facoltà di Lettere e Filosofia.
I lavori di riadattamento e restauro furono affidati al prof. ing.
Roberto
Di Stefano, ordinario di Restauro e direttore dell’omonima
Scuola di Perfezionamento della Facoltà di Architettura, fondata
da Roberto Pane, e durarono dal 1963 al 1976. Tale sistemazione
diede compiuta sistemazione funzionale alla prestigiosa sede universitaria
e restituì un aspetto il più vicino possibile a quello dell’antico
“claustro” domenicano.
IMMAGINE 1. La chiesa di S. Pietro Martire e la facciata dell’ex convento.
IMMAGINE 2.
Un angolo del chiostro di S. Pietro Martire.
IMMAGINE 3. La sala cataloghi della biblioteca della facoltà di Lettere
e Filosofia.. IMMAGINE
4. Particolare del chiostro. Sullo sfondo tre vani
ad arco dell’ex refettorio, oggi biblioteca.
IMMAGINE 5. Un angolo della biblioteca a piano terrra. IMMAGINE 6. L’aula magna della Facoltà
di Lettere intitolata a Pietro Piovani, un tempo sala Capitolare
del convento.
STORIA DELLA FACOLTÀ
La
fondazione dell’Università di Napoli, oggi intitolata a Federico
II, si data dalla generalis
lictera dell’Imperatore svevo, inviata da Siracusa il
5 giugno 1224. L’Imperatore, che era anche re di Sicilia, designava
come sede dello studium generale del regno la città campana, che
aveva già una notevole tradizione di studi. Alla nuova Università,
la più antica tra quelle ancora esistenti a essere fondata da un
provvedimento sovrano (in genere si trattava di iniziative corporative
dal basso), furono assegnati compiti molto precisi: la formazione
esclusiva del personale amministrativo e burocratico della curia
regis e la preparazione dei giuristi che avrebbero aiutato
il sovrano nella definizione dell’ordinamento statale e nell’esecuzione
delle leggi. Nasce così la tradizione di studi di diritto che con
il tempo costituirà la caratteristica portante dello Stato meridionale.
Il carattere statalistico e regalistico, affermatosi durante il
periodo angioino (1266-1443), consentirà all’Università di Napoli
di rimanere indipendente dal potere pontificio, al quale, invece,
facevano capo di norma le altre Università. Presso lo Studio napoletano
si insegnarono sin dall’inizio, oltre al diritto, le arti liberali
e la medicina. Quanto alla teologia, essa veniva insegnata soprattutto
negli studia conventuali:
così avvenne nel caso di Tommaso d’Aquino, che insegnò dal 1271
al 1274 presso il convento di S. Domenico Maggiore.
L’insediamento a Napoli, nel 1443, della nuova dinastia aragonese
con Alfonso il Magnanimo rese difficile la vita dello studio napoletano,
al quale furono preferite altre attività culturali più in linea
con lo spirito umanistico. Lo Studio napoletano fu riaperto nel
1465, a seguito di un accordo tra re Ferrante
e papa Paolo II. Le difficoltà per lo Studio napoletano non finiscono
e si ha una nuova chiusura nel 1490. Dopo un periodo di guerre e
mutamenti politici, lo Studio riaprì nel 1507 presso il convento
di S. Domenico Maggiore. Vi rimarrà circa un secolo, per trasferirsi
poi nel palazzo, oggi sede del Museo Archeologico Nazionale. Nel
Seicento l’Università di Napoli partecipa alla generale decadenza
delle Università europee.
A Napoli prendono il sopravvento scuole private, collegi ecclesiastici
ed accademie. Sotto il governo austriaco (1707-1734), nell’ultima
fase del viceregno, viene dato grande impulso al rinnovamento dell’Università,
che sarà ulteriormente potenziata dalla nuova dinastia Borbone.
Lo Studio passa nel 1777
in una nuova sede, il convento del Salvatore,
l’antico Collegio dei Gesuiti da poco espulsi dal regno. Le scuole
private riprendono però vigore, costituendo l’asse portante del
sistema scolastico del Mezzogiorno durante il periodo della Restaurazione.
L’Università di Napoli, al momento dell’unificazione nazionale,
quando agli Atenei di tutto il Paese viene imposta la legislazione
universitaria dello Stato sabaudo (legge Casati), si presenta al
confronto come arretrata e molto diversa dalle altre istituzioni
analoghe, specialmente per la preponderanza, nei suoi confronti,
dell’insegnamento privato.
L’ambizione di Francesco De Sanctis, direttore generale della Pubblica
istruzione e successivamente ministro, si concretizzò attraverso
una serie di provvedimenti tendenti a rendere l’Università di Napoli
la prima d’Europa. L’Università di Napoli tra la fine dell’800 ed
il primo decennio del Novecento cresce di prestigio, sul piano scientifico,
mentre sul piano giuridico ed amministrativo dovrà subire la conseguenza
di forti limiti, per il superamento dei quali provvederà l’applicazione
della Legge Gentile ed il radicale riordinamento che da essa deriverà
all’Università italiana. Ma difficoltà strutturali, edilizie ed
organizzative, si presentano sia negli anni precedenti che negli
anni successivi la seconda guerra, che fa registrare grandi distruzioni
subite dalla città, che colpirono la stessa Università, violentemente
compromessa dall’incendio del 12 settembre 1943, provocato da truppe
tedesche.
La generale trasformazione dell’Università italiana in Università
di massa fa sì che, nella seconda metà del Novecento, l’Università
di Napoli sia la seconda del Paese, per dimensione, dopo l’Università
di Roma. Un profondo rinnovamento edilizio, l’arricchimento dell’offerta
didattica e il consolidamento amministrativo hanno permesso all’Ateneo
Fridericiano di affrontare la nuova situazione.
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