
Il 1385 segna uno spartiacque cronologico e ancor più politico nella storia di Milano e dell’Italia centrosettentrionale: in quell’anno, infatti, Gian Galeazzo Visconti, con l’annessione forzosa dei territori già appartenuti allo zio Bernabò, unificò sotto la propria signoria il dominio visconteo, ponendo le condizioni per una rapida espansione territoriale verso la Toscana. Nel 1388 l’umanista vicentino Antonio Loschi scrive alcune epistole, in prosa e in versi, che possono considerarsi il caposaldo ideologico di quella politica di ‘rapina’, formulato secondo una codificazione ciceroniana.
L’apertura alla concretezza e ai mutamenti della realtà contemporanea fa delle epistole loschiane, in simmetria speculare alla militanza civile di un Salutati e di un Bruni, un prodotto culturale alieno da ogni evasione retorica, con solide radici nella lotta politica del tempo anche quando vi affiorano anacronistiche reviviscenze del mito di Roma antica. In questa prospettiva, era impossibile dare voce alle ragioni di quell’impegno senza tener conto della lezione civile del Petrarca. C’è solo da aggiungere che il Loschi contribuisce a portare al punto più alto possibile la consapevolezza del significato storico della lotta ideologica per la legittimazione di un’esperienza statuale in cui doveva prendere corpo, sul piano europeo, una forma politica nuova, quella ‘monarchica’, modellata sull’istituzione signorile viscontea, e in grado di segnare il confine, in ambito peninsulare, tra il valore unitario della pax e la forza disgregatrice della tyrannis. Nell’introduzione si delinea uno scorcio della vita culturale lombarda alla fine del Trecento; nell’appendice I si propone una nuova edizione, con traduzione e note esegetiche, di cinque epistole di Antonio Loschi (di cui una inedita) e di una lettera al Loschi di Giacomo Dal Verme, mentre l’appendice II accoglie alcune considerazioni sulle modalità di impiego del cursus.
